Cos’è la spina bifida e perché la mielomeningocele è la forma più grave
La spina bifida è un difetto del tubo neurale: nelle prime settimane di gravidanza la colonna vertebrale del feto non si chiude completamente. Le forme sono diverse, dalla spina bifida occulta, spesso priva di sintomi, alla mielomeningocele, la più grave.
Nella mielomeningocele il midollo spinale resta esposto all’ambiente intrauterino. Il danno che ne deriva è duplice:
- il danno primario, legato alla mancata chiusura anatomica della struttura;
- il danno secondario, causato dal trauma meccanico e chimico dell’esposizione prolungata al liquido amniotico durante la gestazione.
È la componente secondaria a rendere sensato intervenire prima della nascita: meno tempo di esposizione significa, almeno in teoria, meno danno al tessuto nervoso.
Chirurgia fetale per la spina bifida: il punto di partenza
La chirurgia fetale chiude la lesione in utero e riduce così l’esposizione del midollo. Lo studio di riferimento è il MOMS (Management of Myelomeningocele Study), pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2011. Rispetto all’intervento dopo la nascita, la riparazione prenatale ha ridotto il ricorso alla derivazione per l’idrocefalo e migliorato gli esiti motori, a fronte di un rischio più alto di parto pretermine e di complicanze uterine per la madre.
Oggi la chirurgia fetale è uno standard clinico in centri selezionati. Una quota significativa di bambini, però, nasce comunque con disabilità motorie residue. Da qui la domanda alla base del trial CuRe: si può fare di più durante lo stesso intervento?
Spina bifida e cellule staminali: l’ipotesi del trial CuRe
I ricercatori della University of California, Davis sono partiti da un’osservazione: se una parte del danno è di natura infiammatoria e degenerativa, aggiungere alla chiusura chirurgica un elemento neuroprotettivo potrebbe migliorare il risultato.
Il legame tra spina bifida e cellule staminali, in questo studio, non riguarda quindi la ricostruzione del midollo, ma la sua protezione nel momento più delicato.
Perché proprio le staminali placentari
La scelta è caduta sulle PMSC, cellule staminali mesenchimali di origine placentare provenienti da donatore. Gli studi preclinici ne hanno documentato tre caratteristiche utili in questo contesto:
- capacità neuroprotettive;
- azione antinfiammatoria;
- secrezione di fattori di crescita che sostengono l’integrità del tessuto nervoso.
Il «cerotto» rigenerativo applicato sul midollo
L’aspetto tecnicamente più interessante è il modo di somministrazione. Le cellule non sono state infuse, ma seminate su una matrice extracellulare: un’impalcatura biologica già usata in neurochirurgia come innesto per la dura madre. Il risultato è un vero e proprio cerotto cellulare.
Il cerotto è stato applicato direttamente sul midollo spinale esposto durante l’intervento, eseguito intorno alla 25ª settimana di gestazione. Le cellule restano così nel punto in cui il loro effetto paracrino, cioè l’azione delle molecole che rilasciano, può agire sul tessuto nervoso.
Trial CuRe: i risultati della fase 1
Lo studio, registrato su ClinicalTrials.gov, ha coinvolto sei pazienti in gravidanza. Come ogni studio di fase 1, aveva come obiettivo primario la sicurezza e la fattibilità , non l’efficacia. I punti chiave:
- Nessun effetto avverso attribuibile alle cellule staminali, né nelle madri né nei neonati.
- Guarigione dei siti chirurgici. Alla nascita le sedi di riparazione erano integre, senza infezioni, perdite di liquido cerebrospinale o crescita di tessuti anomali: un dato non scontato quando si impiantano cellule con capacità proliferativa.
- Riscontro neurologico. In tutti i neonati la risonanza magnetica dopo la nascita ha mostrato la risoluzione dell’erniazione del romboencefalo, lo spostamento verso il basso di cervelletto e tronco encefalico tipico della malformazione di Chiari II associata alla spina bifida.
- Nessun neonato ha avuto bisogno di una derivazione per l’idrocefalo prima della dimissione.
Gli ultimi due dati vanno letti con cautela. Lo studio non aveva un gruppo di controllo e la risoluzione dell’erniazione si osserva anche dopo la sola chirurgia fetale: per ora non è possibile attribuirla alle cellule.
Cosa aspettarsi dalla fase 1/2a
Visti i risultati dei primi sei casi, il comitato di monitoraggio e la FDA hanno autorizzato la prosecuzione dello studio in una fase 1/2a con 35 nuove pazienti. Come comunicato dalla UC Davis Health, i bambini saranno seguiti fino ai 6 anni di età , per valutare la sicurezza a lungo termine e i primi segnali sulla funzione motoria, vescicale e intestinale.
È in questa fase che si potrà capire se le cellule migliorano davvero gli esiti funzionali rispetto alla sola chirurgia. I dati attuali non lo dimostrano ancora, e sarebbe scorretto presentarli così. Dimostrano che la procedura è realizzabile e sicura: il presupposto necessario perché la domanda sull’efficacia possa essere posta.
Nota importante. Le applicazioni descritte appartengono all’ambito della ricerca clinica e non costituiscono terapie approvate nella pratica corrente. Nessuna informazione riportata va intesa come indicazione medica.
Perché SSCB segue la ricerca sulle staminali placentari
Il trial CuRe riguarda la placenta, la terza fonte di cellule staminali perinatali accanto al sangue e al tessuto del cordone ombelicale. È la meno conosciuta dal grande pubblico e, per numero di studi attivi, la più recente: circa 24 studi clinici in corso secondo le rilevazioni su ClinicalTrials.gov, contro i 217 sul sangue cordonale e i 313 sul tessuto.
SSCB conserva tutte e tre le tipologie. La ragione è semplice e la ricerca la conferma anno dopo anno: fonti diverse contengono popolazioni cellulari diverse, con profili applicativi che non si sovrappongono.
Vuoi conoscere le differenze fra sangue cordonale, tessuto cordonale e placenta? Leggi il nostro approfondimento dedicato.
Domande frequenti su spina bifida e cellule staminali
Che cos’è il trial CuRe?
È il primo studio clinico nell’uomo che ha aggiunto cellule staminali mesenchimali placentari alla chirurgia fetale per la mielomeningocele, la forma più grave di spina bifida. È condotto dalla University of California, Davis e i risultati di fase 1 sono stati pubblicati su The Lancet nel 2026.
Le cellule staminali sono già una terapia per la spina bifida?
No. L’impiego di cellule staminali nella spina bifida è oggi oggetto di ricerca clinica e non è una terapia approvata. La fase 1 del trial CuRe ha valutato sicurezza e fattibilità ; l’efficacia sarà studiata nelle fasi successive.
Quando si esegue la chirurgia fetale per la spina bifida?
In utero, in genere prima della 26ª settimana di gestazione, in centri specializzati e dopo aver verificato i criteri di idoneità di madre e feto. Nel trial CuRe l’intervento è stato eseguito intorno alla 25ª settimana.
Perché usare le cellule staminali della placenta?
Negli studi preclinici le cellule staminali mesenchimali placentari hanno mostrato proprietà neuroprotettive e antinfiammatorie e la capacità di secernere fattori di crescita utili al tessuto nervoso. Per questo sono state scelte per proteggere il midollo esposto durante l’intervento.
Cosa significa che uno studio è di fase 1?
È la prima fase della sperimentazione clinica sull’uomo. Coinvolge pochi pazienti e serve a verificare che un trattamento sia sicuro e praticabile, non a dimostrarne l’efficacia, che viene valutata nelle fasi successive.
Fonti
Farmer DL, Kumar P, Reynolds E, et al. Feasibility and safety of cellular therapy for in-utero repair of myelomeningocele (CuRe Trial): a first-in-human, phase 1, single-arm study. Lancet. 2026;407:867-75. [link esterno → pagina dell’articolo su The Lancet]
Adzick NS, Thom EA, Spong CY, et al. A randomized trial of prenatal versus postnatal repair of myelomeningocele. N Engl J Med. 2011;364:993-1004.
