Il sangue del cordone ombelicale si usa nei trapianti da oltre trent’anni, eppure la ricerca continua a lavorarci. Il trapianto di sangue cordonale è una terapia consolidata, ma ha un punto debole noto: le cellule impiegano tempo ad attecchire e, nell’attesa, il paziente resta più esposto alle infezioni.
Ad aprile 2026 il Journal of Clinical Oncology ha pubblicato uno studio che affronta proprio questo limite con un prodotto sperimentale, dilanubicel. Per capirne la portata conviene fare un passo indietro: a cosa serve oggi il sangue cordonale, perché il recupero può essere lento e quali soluzioni sono già autorizzate.
A cosa serve oggi il sangue cordonale
Il sangue che resta nel cordone ombelicale e nella placenta dopo il parto è ricco di cellule staminali emopoietiche, le stesse che nel midollo osseo producono il sangue. Per questo può sostituire il midollo come fonte di cellule per il trapianto.
Il primo trapianto di sangue cordonale risale all’ottobre 1988, a Parigi. Il paziente era un bambino con anemia di Fanconi, una rara malattia del midollo, e ricevette il sangue del cordone di un consanguineo compatibile, raccolto alla nascita. Secondo una revisione pubblicata nel 2020, da allora nel mondo ne sono stati eseguiti oltre 40.000, in bambini e adulti.
Oggi il trapianto di sangue cordonale è impiegato in modo consolidato per alcune gravi malattie del sangue, come leucemie e sindromi mielodisplastiche, e per alcune malattie ereditarie del midollo. Si sceglie soprattutto quando il paziente non ha un donatore adulto compatibile, anche perché il sangue cordonale richiede una compatibilità genetica (HLA) meno stretta.
Cellule staminali emopoietiche: cosa sono
Sono cellule capaci di rinnovarsi e di generare tutte le cellule del sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Dopo il trapianto raggiungono il midollo osseo del paziente e, nel giro di alcune settimane, ricominciano a produrre sangue nuovo. Questo processo si chiama attecchimento.
Quando si parla di cellule staminali del cordone ombelicale conviene però distinguere. Il sangue cordonale contiene soprattutto cellule emopoietiche; il tessuto del cordone contiene invece cellule mesenchimali, diverse per natura e impieghi e oggi studiate soprattutto nella ricerca. In questo articolo parliamo solo delle prime.
Il limite del trapianto di sangue cordonale: poche cellule, attecchimento più lento
In un’unità di sangue cordonale il numero di cellule staminali è spesso basso, e questo può ritardare l’attecchimento. Lo sottolinea anche l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) nel presentare una delle nuove terapie per questo tipo di trapianto.
Il tempo conta soprattutto per i neutrofili, i globuli bianchi che difendono l’organismo da batteri e funghi. Finché non tornano a livelli sufficienti, il paziente è più esposto alle infezioni. Con un’unità standard servono di solito circa tre settimane: nello studio che ha portato all’approvazione di omidubicel, di cui parliamo più avanti, il tempo mediano è stato di 22 giorni.
Per aumentare la dose di cellule, soprattutto negli adulti, molti centri hanno adottato il trapianto con due unità invece di una. È una strategia diffusa, che però richiede di trovare due unità compatibili.
Le strade della ricerca per accelerare il recupero
Per ridurre l’attesa dopo un trapianto di sangue cordonale, negli ultimi anni la ricerca ha seguito due strade: moltiplicare in laboratorio le cellule dell’unità, oppure affiancarle con un supporto temporaneo che copra le prime settimane.
Moltiplicare le cellule in laboratorio: i prodotti già autorizzati
La prima strada è l’espansione delle cellule staminali cordonali: le cellule dell’unità vengono coltivate e moltiplicate in laboratorio prima dell’infusione. Due prodotti basati su questo principio hanno già ottenuto un’autorizzazione.
Omidubicel, con il nome commerciale Omisirge, è stato approvato dalla FDA statunitense nell’aprile 2023 per pazienti dai 12 anni in su con tumori del sangue, candidati al trapianto di sangue cordonale. Nello studio randomizzato su 125 pazienti, i neutrofili sono tornati in 12 giorni contro i 22 dell’unità standard (valori mediani). Le infezioni batteriche o fungine rilevanti nei primi 100 giorni sono scese dal 60% al 39%.
Nell’Unione europea, nell’agosto 2025, la Commissione europea ha concesso un’autorizzazione condizionata a Zemcelpro, destinato agli adulti con tumori del sangue che hanno bisogno di un trapianto e non dispongono di altri donatori adatti. «Condizionata» significa che i dati sono ancora limitati: l’azienda dovrà presentare ulteriori risultati, compresi quelli di uno studio randomizzato.
Il percorso che porta una terapia cellulare dal laboratorio al paziente segue regole precise: ne abbiamo parlato nell’articolo sui requisiti delle terapie cellulari avanzate.
Dilanubicel: un «ponte» da più donatori
La seconda strada è diversa: dilanubicel non moltiplica le cellule dell’unità destinata al paziente, ma le affianca con un supporto temporaneo.
Il prodotto si ottiene unendo le cellule progenitrici del sangue di sei-otto unità di sangue cordonale donate, che vengono poi moltiplicate in laboratorio. È conservato congelato, è pronto all’uso e non richiede compatibilità HLA con il paziente.
Queste cellule non attecchiscono in modo stabile. Producono globuli bianchi per pochi giorni, con un picco intorno al settimo giorno, e scompaiono entro il quattordicesimo. Nel frattempo l’unità principale ha il tempo di attecchire e di ricostruire il sistema immunitario del paziente.
«È la prima volta che pazienti trapiantati ricevono cellule che provengono, di fatto, da nove persone diverse», ha spiegato Filippo Milano, primo autore dello studio, condotto al Fred Hutch Cancer Center di Seattle.
Lo studio su dilanubicel in pratica
Chi ha partecipato
Si tratta di uno studio di fase 2, condotto in un solo centro e senza un gruppo di controllo randomizzato. Ha coinvolto 28 pazienti tra i 10 e i 63 anni, con leucemie o sindromi mielodisplastiche, che non avevano un donatore pienamente compatibile.
Ogni paziente ha ricevuto una singola unità di sangue cordonale e, poche ore dopo, una dose di dilanubicel. Lo studio è registrato su ClinicalTrials.gov con il codice NCT03399773.
Cosa è emerso
- È avvenuto in tutti i pazienti: i neutrofili sono tornati in 18 giorni e le piastrine in 31 (valori mediani).
- Supporto precoce. Le cellule di dilanubicel hanno sostenuto la produzione di globuli bianchi nella prima settimana e poi sono scomparse, come previsto.
- La malattia del trapianto contro l’ospite è la complicanza in cui le cellule del donatore reagiscono contro i tessuti del paziente. Circa tre pazienti su quattro ne hanno avuto una forma acuta lieve; nessuno ha sviluppato forme gravi, né acute né croniche.
- Dopo un follow-up mediano di 1,4 anni, 27 pazienti su 28 erano vivi e liberi da malattia. Un paziente è morto per cause diverse da una ricaduta; un altro ha avuto una ricaduta, è stato trattato ed è tornato in remissione.
I ricercatori hanno confrontato questi risultati con quelli di pazienti trapiantati in passato con il solo sangue cordonale. Rispetto a quel gruppo, con dilanubicel il recupero del sangue è stato più rapido e la GVHD grave meno frequente: nel gruppo di confronto il 26% aveva sviluppato una GVHD di grado elevato e il 21% una GVHD cronica.
Come leggere questi risultati
Sono dati incoraggianti, da leggere con prudenza:
- il campione è piccolo, 28 pazienti, e lo studio si è svolto in un solo centro;
- il confronto è con pazienti trattati in passato, non con un gruppo randomizzato: le differenze possono dipendere anche da altri fattori, come i cambiamenti nelle cure nel corso degli anni;
- dilanubicel è un prodotto sperimentale, non autorizzato né dalla FDA né da altre autorità regolatorie;
- il prodotto è stato fornito dall’azienda che lo sviluppa, Deverra Therapeutics, e alcuni autori hanno dichiarato legami con l’azienda.
Anche il meccanismo non è del tutto chiaro. Gli autori ipotizzano che dilanubicel prepari un ambiente immunitario favorevole, attivando per breve tempo i linfociti T dell’unità trapiantata. Per confermare i risultati e capire come agisce serviranno studi più ampi.
Cosa significa per chi aspetta un bambino
Lo studio su dilanubicel riguarda pazienti con tumori del sangue che hanno ricevuto sangue cordonale donato. Il messaggio, però, vale per tutti: la ricerca sta trovando modi per ottenere di più da ogni unità raccolta. Ed è l’occasione per fare chiarezza sulle scelte possibili al momento del parto.
Donazione pubblica, conservazione privata o ibrida
Le strade sono tre e rispondono a obiettivi diversi:
- Donazione pubblica. Il sangue cordonale viene donato a una banca pubblica ed entra nel registro svizzero dei donatori di cellule staminali del sangue. Da lì è disponibile per qualsiasi paziente compatibile, in Svizzera e nel mondo. La donazione è gratuita e la famiglia non mantiene diritti esclusivi sulle cellule.
- Conservazione privata. La famiglia affida il sangue cordonale a una biobanca privata, con un contratto. Il campione resta a sua disposizione esclusiva e la famiglia decide come utilizzarlo: per il bambino stesso o per un familiare compatibile, per esempio un fratello o una sorella. In Svizzera questa attività è regolata dalla legge sui trapianti, sotto la vigilanza di Swissmedic e dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP).
- Conservazione ibrida. È un progetto pilota avviato nel 2020 dall’Inselspital di Berna con Trasfusione CRS Svizzera e SSCB. Il campione resta alla famiglia, ma è iscritto anche nel registro pubblico: se un paziente compatibile ne ha bisogno, i genitori possono scegliere di cederlo.
Sono scelte con obiettivi diversi, e nessuna è obbligatoria. La decisione migliore è quella presa con informazioni chiare, parlandone per tempo durante la gravidanza con il ginecologo o l’ostetrica.
Perché raccolta e conservazione fanno la differenza
Qualunque sia la scelta, l’utilità di un’unità dipende in buona parte da quante cellule contiene e da come sono state trattate. È lo stesso problema da cui parte la ricerca: più cellule staminali emopoietiche vitali significano, in genere, un attecchimento più rapido.
Per questo contano la qualità della raccolta al parto, la rapidità del trasporto, la lavorazione in laboratorio e la crioconservazione. Sono le fasi su cui una biobanca lavora ogni giorno. SSCB, biobanca attiva dal 2005, le gestisce secondo gli standard GMP ed è accreditata FACT-NetCord, uno dei principali riferimenti internazionali per le banche di sangue cordonale.
In sintesi
- Il trapianto di sangue cordonale è una terapia consolidata per alcune gravi malattie del sangue, utile soprattutto quando manca un donatore adulto compatibile.
- Il limite principale è il numero ridotto di cellule, che può rallentare l’attecchimento e prolungare il periodo di rischio di infezioni.
- Due prodotti che moltiplicano le cellule in laboratorio sono già autorizzati: Omisirge negli Stati Uniti e Zemcelpro, in forma condizionata, nell’Unione europea.
- Dilanubicel è ancora sperimentale: in uno studio di fase 2 su 28 pazienti ha mostrato un buon profilo di sicurezza e risultati incoraggianti, che andranno confermati da studi più ampi.
- Donazione pubblica, conservazione privata e conservazione ibrida rispondono a bisogni diversi, e nessuna è obbligatoria.
Per approfondire
La ricerca sul sangue cordonale procede per passi misurati, e lo studio su dilanubicel ne è un buon esempio: un risultato promettente, che ora deve trovare conferma.
Sul blog seguiamo gli sviluppi della ricerca, come il follow-up a cinque anni sul sangue cordonale nei neonati prematuri. Per domande specifiche, il nostro team è a disposizione.
Fonti
- Milano F, Dahlberg A, Pedersen J, et al. Safety and Clinical Outcomes of Pooled Donor, Nonengrafting Expanded Progenitor Cells in Single-Unit Cord Blood Transplantation. J Clin Oncol. 2026. doi:10.1200/JCO-25-02510
- Fred Hutch Cancer Center. Umbilical cord blood transplant with pooled stem cell product shows 96% survival and no graft-versus-host-disease in leukemia patients. Comunicato stampa, 27 aprile 2026.
- Fred Hutch Cancer Center. New cell products can improve cord blood transplant outcomes. Science Spotlight, giugno 2026.
- Milano F, Dahlberg A, Roberts LC, et al. Dilanubicel, a Non-HLA-Matched Pooled Universal Product, Transforming Single Cord Blood Transplantation Success Rates. Abstract, 66th ASH Annual Meeting, 2024.
- gov. NCT03399773: Infusion of Expanded Cord Blood Cells in Addition to Single Cord Blood Transplant in Treating Patients With Acute Leukemia, Chronic Myeloid Leukemia, or Myelodysplastic Syndromes.
- Gluckman E, Broxmeyer HA, Auerbach AD, et al. Hematopoietic reconstitution in a patient with Fanconi’s anemia by means of umbilical-cord blood from an HLA-identical sibling. N Engl J Med. 1989;321(17):1174-1178. doi:10.1056/NEJM198910263211707
- Mayani H, Wagner JE, Broxmeyer HE. Cord blood research, banking, and transplantation: achievements, challenges, and perspectives. Bone Marrow Transplant. 2020;55:48-61.
- FDA approves omidubicel to reduce time to neutrophil recovery and infection in patients with haematologic malignancies. 25 aprile 2023.
- European Medicines Agency. Zemcelpro: EPAR.
- European Medicines Agency. New stem cell therapy to treat patients with blood cancers. 20 giugno 2025.
- Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP). Cellule staminali del sangue dal cordone ombelicale. 22 gennaio 2025.
- Inselspital, Ospedale universitario di Berna. Comunicato stampa sul progetto pilota di conservazione ibrida del sangue cordonale. 2020.
